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CANTI DI ZOLFATARI E-mail
(di Raffaele Messina)  

I canti degli zolfatari riguardano principlamente due categorie di lavoratori: i picconieri e i carusi.

I picconieri (pirriatura) erano coloro che estirpavano lo zolfo dalle miniere a colpi di piccone o provocandone scoppi con le mine. A causa delle alte temperature all’interno delle miniere i pirriatura lavoravano quasi totalmente nudi, con soltanto una sorta di perizoma di tela che serviva a ricoprire i genitali; con un coltello di legno, di tanto in tanto, si raschiavano il sudore.

La giornata lavorativa dei picconieri durava dodici ore; si scendeva in miniera all’alba e si risaliva solo a sera. I carusi lavoravano alle dipendenze del picconiere. Venivano chiamati in questo modo in quanto la loro età poteva andare dagli otto ai quattordici anni. Non mancavano, comunque, i casi di carusi adulti, dall’età anche di sessant’anni, ovvero di coloro che, avendo iniziato la carriera lavorativa da bambini, avevano mantenuto lo status di caruso anche in età matura, continuando a lavorare alle dipendenze del pirriaturi. Quest’ultimo di fatto era “proprietario” dei carusi; infatti il rapporto di lavoro tra picconiere e caruso si instaurava quando il primo versava il cosiddetto soccorso morto alla famiglia del caruso, ovvero un anticipo in denaro che il bambino doveva riscattare col lavoro. Quando il caruso riusciva a riscattare il soccorso morto poteva aspirare a diventare picconiere, altrimenti rimaneva caruso pure da adulto. Nel territorio di Caltanissetta i picconieri radunavano di primo mattino i carusi alla Badìa e con essi si dirigevano verso le miniere, percorrendo cinque-sei chilometri a piedi. Giunti in miniera iniziava la discesa dei picconieri e dei carusi che, muniti di una lampada ad acetilene, detta citulena, scendevano gli innumerevoli scalini per addentrarsi nelle profondità delle miniere e per risalirne definitivamente la sera. Quando la miniera era parecchio distante dal centro abitato i minatori rimanevano a dormire nelle gallerie abbandonate in prossimità delle miniere stesse. In uno scritto del Canonico Pulci di Caltanissetta (Vita nelle miniere in Sicilia, Palermo 1899), lo stesso per descrivere la vita nelle viscere della terra riporta le parole del giornalista e scrittore Gustavo Chiesi (1855-1903) il quale scriveva: «Chi non ha visitato le zolfare di Sicilia, in provincia di Girgenti, di Caltanissetta o di Catania, chi non è disceso nelle miniere e non ha vissuto se non per un giorno, almeno per qualche ora, la vita di quella singolare popolazione formicolante in quelle caverne a centinaia e centinaia di metri sottoterra, respiranti un’aria che non è più aria, ma un miscuglio d’aria e di fetide emanazioni, chi non ha sentito il rantolo affannoso incessante dei carusi portanti su per le scale rapide, lubriche, scivolanti, franose fra i meandri angusti oscuri la soma del minerale all’aperto. Chi non ha visto in una parola cos’è la vita umana in quelle bolge quasi infernali che sono le solfare, non può farsene un’idea». E il canonico Pulci commenta tali parole con la frase succinta ma emblematica: «Così è pur troppo». Oltre alla durezza del lavoro dentro la miniera si operava con la consapevolezza di pericoli e disgrazie che potevano succedere da un momento all’altro; frequenti, infatti, erano le esplosioni, i crolli, gli incendi. Per tale motivo si lavorava in tensione, dovendo valutare la stabilità delle gallerie al momento di sferrare i colpi di piccone, cercando di individuare il punto più conveniente. Era consuetudine osservare i topi e i loro movimenti dentro le miniere; infatti la loro fuga era sintomo di un pericolo immediato.Il picconiere, come detto, estirpava lo zolfo che, in quantità da cinquanta a ottanta chilogrammi, veniva messo in sacchi di tela, chiamati stirratura. Ciascuno di questi sacchi veniva poi consegnato ai carusi i quali, a spalla, provvedevano a portarlo all’esterno della miniera. Per alleviare il peso e proteggere la schiena nuda su di essa veniva adagiato un cuscino di tela di canapa pieno di paglia, detto chiumazzata. Giunti all’esterno, i carusi, assieme ai riempitori riversavano il carico dentro i forni, la conduzione dei quali era affidata agli arditori, al fine di estrarre lo zolfo puro. Quindi il caruso ridiscendeva in miniera per andare a prendere un nuovo carico. Tale operazione si ripeteva da dieci a cinquanta volte al giorno a seconda della profondità della miniera.Il lavoro nelle miniere di zolfo, che ebbe la sua maggiore diffusione a partire dalla fine del XVIII secolo, era certamente pesante e lasciava i segni sui lavoratori. I carusi, infatti, molto spesso crescevano rachitici a causa delle immani fatiche a cui erano sottoposti sin dalla tenera età.Le condizioni di lavoro, tuttavia, mutarono nel tempo, ma solo nei primi del novecento si è potuto assistere ad una minore pesantezza del lavoro, soprattutto per i carusi, quando il minerale estratto veniva portato all’esterno tramite vagoncini che scorrevano su dei binari, così ché i carusi dovevano trasportare a spalla lo zolfo soltanto fino al vagoncino.I canti degli zolfatari si presentano frequentemente come canti monostrofici aventi la struttura della canzuna, ovvero di verso endecasillabo a rime alterne, anche se si possono trovare canti in forme diverse con strofe costituite da un numero di versi inferiore ad otto e spesso, soprattutto nei canti dei carusi, si presentano sotto forma di distici. A differenza dei canti dei carrettieri, dei contadini, quelli degli zolfatari, per lo più, non venivano cantati durante il lavoro; infatti la durezza del lavoro lasciava poco spazio al canto. Tuttavia qualche eccezione la si può riscontrare. Al riguardo, un esempio di canto di lavoro degli zolfatari viene riportato da Alberto Favara nel Corpus di musiche popolari siciliane: è il canto numero 370, indicato come appartenente alle zone di Villarosa e Caltanissetta; in esso viene evidenziata una peculiarità rispetto agli altri canti di mestiere. Infatti alla fine del canto è riportata l’annotazione«Alla fine di ogni frase tutti fanno forza con un suono gutturale staccando il minerale». Il canto, formato da quattro versi, è il seguente: 
 Ca sutta 'nta stu 'nfernu puvireddi
 Nui semu cunnanati ‘a tirannia
 A manu di li lupi su’ l’agneddi
 Ciancitini cianciti, mamma mia
 (Villarosa – Caltanissetta)

 

 Tale caratteristica è la cosiddetta ‘ncasciata ovvero un’alzata di voce alla fine di ogni verso tendente ad imitare onomatopeicamente il sordo gemito che il picconiere emetteva quando sferrava il colpo di piccone per estrarre lo zolfo. Alberto Favara raccolse altri canti di zolfarai che però hanno una struttura musicale diversa da quella di cui al canto precedente e che comunque non venivano cantati durante il lavoro. Tali canti sono molto simili nella linea melodica a quella dei carrettieri. Ciò trova giustificazione anche nel fatto che l’ambiente di lavoro degli zolfarai era a stretto contatto con quello dei carrettieri; infatti, fino ad un certo periodo, a questi ultimi è stato affidato il compito di trasportare il minerale estratto nei centri di raccolta. A parte i canti raccolti e trascritti da Alberto Favara, bisogna annoverare quelli raccolti da Giovanni Petix (1884-1970), lo studioso di storia locale di Montedoro che lasciò diversi manoscritti concernenti la vita nelle zolfare e i canti degli zolfatari. Parte della sua opera è stata pubblicata postuma dal Comune di Montedoro in due volumi, intitolati Memorie e tradizioni di Montedoro; il secondo volume, curato dal figlio Artuto Petix, contiene una sezione dedicata ai canti degli zolfatari. L’opera di Petix ha contribuito non poco a portare alla luce i canti di un mestiere praticato, con una certa sistematicità, a partire dalla fine del XVIII secolo nonché poterne evidenziare le caratteristiche. I canti riguardano principalmente i picconieri e i carusi. In aggiunta a questi ve ne sono alcuni che si riferiscono alla crisi del settore minerario della seconda metà del XIX secolo ed altri che sono di vario genere. L’analisi dei canti conferma innanzitutto quanto asserito nella sezione “Musica, canto e poesia popolare in Sicilia” ovvero il fatto che lo stesso canto popolare può variare da luogo in luogo venendo adattato alle proprie esigenze.

In tal modo troviamo i seguenti canti, che sono sostanzialmente gli stessi; il primo raccolto da Petix come canto di zolfatari e il secondo che corrisponde al canto numero 674 dei Canti Popolari Siciliani di S. Salamone Marino appartenente alla sezione “Canti di mestiere” e che riguarda il mestiere del fornaio:

 
             Zolfatari           Fornai
 Poviri surfarari svinturati  Sti poviri furnara svinturati
 Comu la notti jurnu la faciti!  Ah, ca la notti jurnu la faciti!
 Cu vinticincu grana ch’abbuscati  Cu trentacincu grana ch’abbuscati
 Subbitu a la taverna vinni jiti.  Subbitu a la taverna vinni jiti.
 Si pr’accidenti caditi malati  Si pr’accidenti caditi malati
 Pi lu spitali subbitu partiti.  Subbitu a lu spitali vinni jiti.
 Faciti tistamentu e chi lassati?  Faciti tistamentu e chi lassati?
 Li strazzi e li marruggia si n’aviti  La peddi ed un chiumazzu si l’aviti
 (Caltanissetta).

 (Palermo)

Lo stesso canto, nella versione degli zolfatari, presenta ulteriori varianti a Montedoro e a Villarosa.

Alcuni canti sono caratterizzati dal contrasto tra i picconieri e altro personale della zolfara. I picconieri, infatti, venivano pagati a cottimo sulla base della quantità di zolfo estratta.

Per quantificare il materiale estratto questo veniva accatastato nella cosiddetta cassa per essere poi misurato con la regola, che era un’asta di legno utilizzata come unità di misura, la cui lunghezza veniva spesso manipolata a vantaggio dei padroni delle miniere, cosicché al picconiere veniva pagata una quantità di zolfo inferiore a quella effettivamente estratta.Il seguente distico descrive  questa situazione: 

Lu capumastru ccu la regula 'nmanu
 Mi vo’ passari lu surfaru menu.

 (Caltanissetta)

  In altri canti i pirriatura lamentano l’irregolarità della paga nonché il ricorso ad anticipi sulla retribuzione effettuati in natura - generalmente con farina - la quale spesso veniva calcolata con un prezzo maggiorato rispetto a quello di vendita. In tal modo lo zolfataro era costretto poi a rivenderla a prezzi inferiori per potere acquistare altri oggetti utili alla di lui sopravvivenza e della sua famiglia. 

 

Chi malu versu c’è nni sta pirrera
 Ca ‘nun si po’ fari ‘na simana sana
 Cu è lu miagliu di li pirriatura
 Vusca vinti tarì ‘nta na simana
 ‘U capumastru passa la misura
 -  Ah! Daticci tri munnedda di farina
 Sunnu ‘na matta di senza russura:
 patruna, capumastra e catastera!

 (Montedoro)

 In altri canti ancora vi è il picconiere che si lamenta della “scarsa” vena lavorativa dei carusi, i quali, a parere suo, sono pigri sul lavoro ma “aitanti” quando devono ricevere la paga:

 

Oh chi l’haju valenti sti carusi 
 Ppi curriri a la via di lu paisi
 A la pirrera su tutti lagnusi
 Ca nun su digni mai di fari spisi
 La duminica su’ tutti murritusi
 Sempri grana a li tagli vonnu misi
 Quannu su’ granni po’ chisti vavusi
 Mità vannu ‘ngalera e l’antri ‘mpisi!

 (Caltanissetta)

    

            I canti dei carusi trattano, per lo più, il rifiuto della condizione lavorativa, dal terrore di scendere in miniera al benedire il militare che è meglio, a dir dei carusi, del mestiere di zolfataio.

            Il seguente canto descrive l’angoscia del caruso nello scendere in miniera:

 

 Mamma nun mi mannati a la pirrera,
 ca notti e jornu mi pigliu tirrura,
 a mala pena scinnu a la pirrera
 s’apri lu tettu e cadinu li mura.
 Accussì vosi la mala carrera
 Farmi pigliari sempri di paura.

 (Caltanissetta)

    In quest’altro canto invece si preferisce fare il soldato anziché andare a lavorare in miniera:

 

 Surdatu m’haju fari, birsaglieri,
 lu zainu lu sacciu abbardilliari;
 surdatu mi nni vaju vulintieri
  a basta ca nun vegnu a carriari

 (Montedoro)

 

            Altri canti dei carusi sono dei distici monostrofici che vengono cantati mentre si ridiscende in miniera, in quanto, senza peso sulle spalle, ovviamente, la discesa è più leggera. Generalmente in questi canti il caruso tiene il conto di quanti viaggi ha fatto e di quanti gliene rimangono ancora da fare. Così il caruso che deve fare complessivamente venti viaggi canta:

 

 Quattru li vaju a pigghiu, ed è dda ura
 Sidici mi nni restanu di pena

 (Cianciana)

 

            Alla volta successiva canterà:

 

 Cincu li vaju a pigghiu, ed è dda ura
 Quinnici mi nni restanu di pena

 (Cianciana)

 

e così via; alla volta successiva ancora il cincu diventa sei, setti, ottu, ecc., e il quinnici diventa quattordici, tridici, dudici.

            In altri distici se si arriva in pianura si può cantare:

 
 Ora c’acchianamu ‘nta lu chianu
Viva Diu e San Gaitanu

 (Caltanissetta)

 

      Se invece ci si trova a discendere un pendìo si canterà:

 

 Semu arrivati 'ntra un pinninu
Viva Diu e Sant'Antuninu

 (Caltanissetta)

 

Inoltre, poiché in qualche miniera si usava accantonare del materiale il cui ricavato della vendita sarebbe stato utilizzato per finanziare la festività di qualche santo, il caruso che aveva trasportato lo zolfo per questo scopo gridava il seguente distico:

Chistu di viaggiu è di la Madonna
Lu Capu Mastru sutta la culonna.

 (Caltanissetta)

     

Come detto, altri canti si riferiscono al periodo della crisi, soprattutto quella verificatasi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del XIX secolo, che fu quella maggiore per intensità e durata. In tale periodo infatti l’eccessiva produzione di zolfo comportò un drastico calo del prezzo del minerale con inevitabili cosneguenze sulle condizioni dei lavoratori.

            In questi canti, infatti, si può intravedere il rammarico per un’arte, quella dello zolfataro, un tempo considerata orgogliosa ed a seguito della crisi misera e meschina:

L’arti ch’era chiamata signurina 
 E lesa, pumpusissima ed avana,
 ora è ridutta misira e mischina
 pirchì voli accussì l’ebbica strana
 Chist’ebbica birbanti ed assassina
 Sta dannu ‘na terribili battana;
 cu stu miseru tempu ca camina
 semu finuti di vuscari grana.

 (Caltanissetta)

 

            In un altro canto, invece, emerge la condizione di impoverimento che comporta ulteriori ristrettezze economiche:

 

Semu avviluti mmezzu a li disprezzi 
 Miseri, afflitti, minnicanni e pazzi.
 Di surfarara semu stati avvezzi
 Ora bisogna circari li pezzi,
 a fari economii senza cchiù sfrazzi,
 pirchì nni fannu campari a pocu prezzi
 e pocu vuscannu nu scunsulutazzi

 (Caltanissetta)

Anche per gli zolfatari esiste il canto, largamente diffuso nella tradizione popolare per i vari mestieri, che descrive i dodici mesi dell’anno adattato, appunto, al  mestiere dello zolfataro.

            Il canto è costituito da dodici strofe, una per ciascun mese, ognuna delle quali ha la struttura della canzuna. Le strofe sono state trascritte da G. Petix il quale ha sostenuto che le stesse fossero state composte tra il 1860 e il 1880 in quanto si parla di fusione a mezzo di calcheroni.

            Al riguardo giova osservare che i forni utlizzati per la fusione erano sostanzialmente di tre tipi: le calcarelle, i calcheroni e i forni Gill.

            Il sistema delle Calcarelle (Carcareddi) è stato usato fino alla metà dell’Ottocento. Sino a questo periodo per estrarre lo zolfo si facevano dei cumuli di materiale, simili a delle fornaci, dette appunto calcarelle, di due metri cubi che venivano accesi e per fusione si otteneva lo zolfo. Questo sistema consentiva di ottenere, comunque, una quantità di zolfo molto bassa, circa il 30-40%.

            I Calcheroni erano strutture cilindriche con pareti di cinque metri che avevano il pavimento leggermente inclinato e con alla base un’apertura detta morte, che veniva chiusa con un impasto di gesso. Il materiale introdotto nel forno veniva fatto bruciare così ché lo zolfo fondeva a poco a poco e cominciava a scendere verso la morte. Successivamente questa veniva aperta sì da consentire la fuoriuscita dello zolfo. Questo sistema di fuisone è stato quello più utilizzato tra il il 1860 e il 1880, fin quando non venne introdotto il forno Gill.

            Come detto, il canto dei dodici mesi fa riferimento ai calcheroni. Per brevità si riportanto di seguito le strofe relative ai mesi di giugno, luglio e settembre, che sono quelli nei quali viene fatto espresso riferimento ai calcheroni:

 

 Giugnu

 ‘Nta giugnu sta avvirtenti lu patruni
 ca si pripara ppi la fusioni
 aggiusta lu solu di lu carcaruni
 e poi l’inchi cu attenzioni;
 e p’aviri abbunnanti li pirsuni
 fa banniari ccu prumissi boni
 travaglianu ranni, picciuli e vicchiuni
 c’è dinta e fora ‘na prucissioni.
 

 Lugliu

Veni la Grazia e già si duna luci
 Ardi lu carcaruni e fumu jetta
 Lu suli ca famìa scagli di luci
La fusioni camina perfetta;
Nesci lu primu ogliu ca spirluci
 Fa la piddata, ‘mpizzama e ‘ncascetta
 Jammu, ardituri, cchiù chi ci cunnuci?
 La chiavi teni tu di la cascetta! 

Sittemmiri

A Sittemmiri finìu lu carcaruni
Si penza ppi la secunna fusioni
 Lu ‘mpastu è pronti e pronti li pirsuni
Li carichi, a furnu callu, sunnu boni!
Lu tempu è asciuttu e sprescia lu patruni
 Chi ‘ncapu la chiurma fa culazioni 
 S’annetta la catasta ogni agnuni
 Auannu è bona la produzioni!

            In ultimo, alcune testimonianze di canti di zolfatari si possono trovare nel DVD “Stirru” di Alberto Nicolino, nel quale, oltre ad interviste a zolfatari, vi sono canti eseguiti da ex minatori.

 
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